A Mestre torna il rito dell”infilata”: calcio & basket per sognare come ai tempi d’oro.

Se qualcuno vi chiedesse di dimostrarvelo, rispondetegli di tenersi libero questa domenica pomeriggio. La Mestre sportiva e la grande passione che ne è sempre conseguita, non è mai morta.

A dire il vero qualche aspirante killer ci ha pure provato, ma nella maggior parte dei casi il vecchio metodo inaugurato da Ponzio Pilato è sempre stato il più redditizio: lavarsi – o meglio, – lavarsene le mani, sperando il questo modo di togliersi di dosso anche le responsabilità e le decisioni, ma di fatto, così facendo, prendendosele e prendendole.

Il guaio è che a Mestre ci siamo abituati, siamo abituati a sventure, sgambetti e cadute. E’ in questo modo che il nostro carattere si è forgiato, forse indurito. Ed è per questo che chi non ci conosce ci prende spesso per gente arrabbiata, troppo intransigente. I più furbi ci chiamano in modo spregiativo campanilisti o nostalgici, sapendo che questo è il termine più semplice per archiviare la questione, senza mai affrontarla. La nostra colpa? Amare il posto in cui siamo nati e cresciuti o in cui semplicemente viviamo, amarne le sue squadre sportive. Un peccato ritenuto tale per molti anni solo all’interno dell’arco della tangenziale, perché credetemi, nel resto del mondo peccato non è. Nel tempo noi mestrini abbiamo imparato a difenderci, indurendoci, facendo squadra. Sappiamo bene degli avvoltoi lì sopra, li conosciamo tutti.

Esagerati? No.

Fra i 100 esempi che potrebbe farvi chiunque abbia avuto a che fare da vicino con lo sport mestrino, ricordo perfettamente il momento della rinascita del Basket Mestre, inizialmente fra risatine e prese in giro. Poi, quando iscrivemmo partendo da zero, i primi 54 bambini (divenuti presto oltre 150) al minibasket – i primi reclutati girando i parchi di Mestre e Marghera con dei canestri sulle spalle – i sorrisetti svanirono e spuntarono un po’ di bastoni da ficcare nelle nostre fragili ruote: “Siete gli ultimi arrivati, vorreste anche una palestra solo perché vi chiamate Mestre?”

“No, non per quello. Vogliamo solo una palestra come tutti, dovreste essere felici se facciamo fare dello sport a 150 bambini, alcuni dei quali tolti letteralmente dalla strada”.

Gli unici complimenti arrivarono dalla Federazione Minibasket per essere riusciti a fare tali numeri, per il resto le orecchie ci fischiavano anche di notte.

Forse il prezzo da pagare per aver smosso le acque appena appena, in uno stagno dove tutto doveva andare avanti come previsto. Trovando un concreto appoggio istituzionale solo dall’allora assessore allo sport provinciale o dalla sensibilità di qualche singolo. E un riconoscimento dal Panathlon cittadino per il lavoro svolto anche sotto il profilo etico, avendo adottato la Carta di Gand. Ma questo è solo un esempio fra i tanti per far capire quanto sia dura fare sport a Mestre in generale e quanto lo sia stato ancor di più osando utilizzare il nome Mestre.

Sia ben chiaro, prove non ne troverete. Nessuno che ce l’abbia mai detto in faccia, ci mancherebbe. Quindi la scusa per continuare a chiamarci nostalgici e campanilisti è al sicuro anche per il futuro.

Ma di fatto, la questione Mestre ha una storia e parla chiaro: tutto è sempre nato un po’ per caso e dalla passione e il sogno di pochi singoli e si è poi sviluppato con una parabola spesso ascendente fino a schiantarsi dal momento in cui l’ascesa rischiava effetti collaterali e sociali non più facilmente controllabili. Ma se volete essere più moderati e meno complottisti, semplicemente naufragava nella finta indifferenza di chi avrebbe potuto fare qualcosa e si è guardato bene dal farlo.

Nel calcio sono state raccolte oltre 3000 firme per impedire l’abbattimento dello stadio. La questione si è riaperta soltanto nel periodo elettorale, quando fu presentata una promessa d’intenti a tutti i candidati sindaco, che poi venne da tutti firmata. E ne diciamo solo una, la più recente, fermandoci qui.

 

Ma non siate tratti in inganno: noi non soffriamo della Sindrome di Calimero, perché certo non ci crogioliamo nel vittimismo e siamo pronti e ben felici di smentire una tendenza, quando se ne presenti l’occasione. Forse perché se la tigre è cresciuta troppo, è meglio cavalcarla che combatterla o magari più probabilmente per sane vedute, ben vengano piccoli e grandi aiuti, seminati in modo fin troppo palesemente discriminatorio in passato.

Il rinnovato PalaVEGA a Trivignano è diventato la casa del Basket Mestre, grazie anche all’intervento del Comune che si è già impegnato economicamente per un ulteriore adeguamento futuro. anche lo stadio Francesco Baracca potrebbe presto beneficiare di un restyling ancora a cura del Comune; interventi che permetteranno di sognare un paio di serie superiori. Ne siamo felici. Forse la tendenza sta cambiando e saremmo pronti ad applaudire se si dovesse proseguire su questa strada.

Ma che lo si faccia, davvero! Perché non ci sono solamente calcio e basket: il Città di Mestre, che rappresenta Mestre nella serie B nazionale di Calcio a 5, da anni non riesce ad avere la gestione di un impianto. La pallanuoto – come il Calcio Mestre in passato – costretta ad emigrare. Ma sono solo esempi fra tanti di cui l’Associazione Mes3Sport è solo parziale testimone. Esistono molte altre società mestrine che hanno sofferto questa situazione debitoria. Da quelle la cui gloria è conosciuta a livello mondiale, fino alle più piccole ma spesso più numerose ed egualmente degne di esistere e non solo di sopravvivere.

E se la strada fosse questa, forse i mestrini torneranno ad ammorbidirsi.

Domenica l’A.C.Mestre farà il record di pubblico per la categoria, giocandosi lo spareggio play-off (inizio ore 15.30) con il Calvi Noale.

Sempre domenica a Trivignano (inizio 18.30) il Basket Mestre dopo aver dominato il campionato, riempirà come un uovo il PalaVega, giocandosi gara 1 dei playoff per la B contro Caorle.

E noi mestrini pur diffidenti e induriti, accorreremo ancora a sostenere le nostre squadre cittadine, dando l’ennesima dimostrazione di come le nostre rappresentative siano realtà ben oltre le categorie in cui militano e che la passione dei loro tifosi è ben viva e presente, già pronta e vogliosa di ripercorrere gli “anni d’oro”, quando lo sport mestrino riempiva stadio e palasport.

Chi dovesse avere ancora dubbi in tal senso, lo faccia un salto allo stadio Baracca e poi al PalaVega di Trivignano si accorgerà di quando Mestre sia ancora viva e di quanto il suo cuore batta ancora forte quanto i tamburi che accompagneranno i cori dei suoi magnifici tifosi.

Andrea Checconi Sbaraglini 

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