IL SUONO DEL SILENZIO

Il Mestre esce dai playoff ma è un trionfo di orgoglio e passione

Non ricordo le parole esatte di mio padre, ma il concetto lo ricordo bene: i sentimenti non si moltiplicano. La sofferenza, la gioia, l’orgoglio, l’emozione… se condivisi da centomila persone non sono certo più intensi, fanno solo più notizia.
Tante le voci che girano in questi giorni, tante quanti gli uccelli del malaugurio che aleggiano sulle teste della squadra, della società e dei suoi tifosi.  Voci alimentate evidentemente dalle invidie di qualcuno, dall’irritazione e dal fastidio di altri, quanto e peggio di una maglia di flanella indossata a pelle. Poi vedi scendere in campo questi ragazzi, vedi agitarsi a bordo campo l’ammiraglio di questa flotta, il regista di tanti film agitare le braccia da buon direttore d’orchestra e tutto passa. Gioca il Mestre, la squadra della mia città. E lo fa esattamente nel modo in cui ogni tifoso di questa terra vuole, ben di più, ben prima delle vittorie: lotta, combatte, onora la maglia fino all’ultimo secondo, fino all’ultima goccia di sudore. E le voci, così come coloro che le hanno generate, svaniscono al primo soffio di brezza che accarezza lo stadio. In questo caso quello di Bergamo, dove il Mestre per la prima volta nella sua storia si gioca i playoff per la promozione in serie B.
Dopo i primi 45 minuti la squadra è sotto per 2-0, con un unico risultato utile per poter passare il turno, dover vincere. La situazione pare compromessa. Il bel sogno comunque resta tale, ma finisce qui, questa sera. “Però, però… c’è ancora un tempo: 50 minuti di gioco”, penso buttando giù il mio caffè dell’intervallo. Ed esce l’anima del regista mancato, quella che mi porta a vedere un film di Quentin Tarantino sapendo quale sarà la scena successiva, l’inquadratura, gli stacchi, i campi lunghi o i primi piani. No, non ce la faccio proprio a tornare in postazione, nel mio tavolinetto del settore stampa. Resto a bordo campo, a sentire il rumore della palla, delle grida, degli sbuffi di fiato, a sentire l’odore dell’erba, a osservare le espressioni, le emozioni. Perché dell’ultimo atto voglio godermi ed imprimere nella mia memoria. I particolari, non certo gli higlights. Perché questa avventura sta finendo stasera ma resterà per sempre.
Alla mia destra i nostri tifosi cantano. Io non li ho mai sentiti cantare così. Io non ho mai sentito un’altra tifoseria al mondo cantare così. Evidentemente questi sentimenti ci accomunano, questa atmosfera ci accomuna. I ragazzi lottano come leoni. 2-1, poi 2-2 a pochi minuti dal termine. L’allenatore ci crede, se potesse andrebbe a recuperare anche i palloni che escono dalla parte opposta. Io ancora no. Questo film è già stato da Oscar così, di più non si può pretendere davvero. Poi vedo il nostro portiere avanzare. Mancano 15 secondi dei cinque minuti di recupero e si batte un calcio d’angolo. Mi preoccupo: “Se succede qualcosa, se la rete si gonfia… mi conosco, entro in campo pure io e rischio la radiazione”. Uno splendido cross e uno splendido colpo di testa, fanno schizzare la palla a pochissimi centimetri dal palo di destra, fuori. Attimi, momenti che cambiano i destini, come nei film, ma solo quelli più belli. Il nostro portiere era volato in cielo pronto a colpire in rovesciata, anticipato di un pelo dal suo compagno, che del resto ha fatto la cosa più logica e giusta da fare il quel momento. Se gli fosse arrivato quel pallone sul piede, oggi tutta Italia avrebbe parlato di quel gol fatto dal portiere del Mestre in rovesciata. Ma sono attimi, momenti, destino.
La partita finisce, l’emozione no, quella cresce ancora, liberamente. Libera dalla tensione della gara e del risultato. I tifosi manco lo sentono il fischio finale, cantano più di prima, se possibile. La cattedrale dello stadio di Bergamo, il palcoscenico più degno di questo spettacolo, che come i migliori rimescola il cuore e confonde i sentimenti, quando l’orgoglio sopravanza la tristezza di un’eliminazione immeritata. I ragazzi si abbracciano, il timoniere, il grande ammiraglio, li chiama a sé:                                                                                                                                                             “Salutiamoli per bene” urla, “Una cosa fatta bene!”. Stavolta, per la prima volta sono in campo pure io, forte del mio pass “All Areas”.   
La nostra curva canta un coro sulle note di “The Sound of Silence”. Lo sta cantando da mezzora, ininterrottamente. Una cosa fantastica, da brividi, da occhi lucidi. Un momento che vale di più di un banale passaggio del turno.
Continueranno a cantare ancora, e ancora a squarciagola, quando tutti oramai sono fuori, nelle docce o verso casa. Rimangono solo loro. Loro e io, che non riesco a far di meglio che sdraiarmi sull’erba di questo campo di calcio a guardare le stelle e ascoltare quella musica, che davvero – non è retorica – mi sembra essere la più bella delle poesie.
“E sussurrò nel suono del silenzio” concludeva Paul Simon nel testo del suo capolavoro. Sdraiato a guardar le stelle nel mezzo di una cattedrale ad ascoltare quella musica, quel moto di orgoglio che la mia curva mi trasmetteva. Io e la mia anima non potevamo chiedere di meglio. Perché – come mi ha insegnato mio padre – i numeri servono ad andare sui giornali ma i sentimenti non conoscono numeri.

Andrea Checconi Sbaraglini 

foto Marco De Toni 

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