L’ANNO ZERO DELL’ITALIA PALLONARA

Si è ufficialmente aperta la crisi più buia della storia del calcio italiano. E anche facendo la tara, togliendo cioè tutte le polemiche che a caldo sono scaturite dalla clamorosa eliminazione degli azzurri dalla Coppa del Mondo che si disputerà in Russia, il grosso problema di fondo rimarrà e andrà risolto. Perché – lo sappiamo – se il calcio è uno sport, quindi per definizione un gioco, il movimento intorno al calcio non lo è affatto. Tutt’altro.

L’Italia pallonara del resto, intesa come intero movimento, assomiglia moltissimo a quella “civile”. Anzi, ne è parte integrante e le dinamiche che la regolano sono le stesse. Per il fatto che stessa è la mentalità.

E così, come il Paese si è affidato per troppo, davvero troppo tempo alle grandi (potenziali) qualità del DNA italiano (genialità, fantasia, caparbietà, massima resa nei momenti di difficoltà), la stessa cosa ha fatto il mondo del calcio.

“Oramai pure a Venezia devi fare la pizza buona, altrimenti chiudi bottega”, mi diceva qualcuno. Perché a starci troppo seduti, anche l’alloro si secca. Non basta più lo sguardo della tigre, il carattere, lo sputar sangue, il riuscire a rimediare all’ultimo istante. Leonida, l’Ispanico e anche il grande Enrico Toti, alla fine sono morti pure loro.

Quindi noi, con grande e colpevole ritardo, dovremo iniziare immediatamente a considerare e soprattutto applicare un termine che pare sconosciuto ai più, ma ben diffuso fuori dai confini nazionali: programmazione.

Il primo passo dovrà essere obbligato: quello di togliere tutte le macerie, liberare lo spazio per cominciare a ricostruire. Con teste differenti, ma soprattutto con una mentalità differente. Restaurare e sperare non serve più. E’ un sistema che va azzerato. Togliere la voglia di giocare al calcio a 15 bambini per portarne avanti due, non serve più. Servono come il pane impianti, preparazione degli istruttori, coordinamento fra gli stessi, aggiornamento continuo e poi ancora impianti, impianti e impianti. E non solo per il calcio. Serve parlare di meno e fare di più. Serve che risorse pubbliche e sponsor privati non si riversino in chiacchiere, ma in fatti concreti. Campi, erba, ragazzini e bravi educatori e praparatori. Perché in Russia non ci vanno le coreografie più belle, ma le nazioni che esprimono il calcio migliore. Le risorse dovranno essere dirottate sui settori giovanili e sui professionisti veri, quelli che fanno qualità, che non pensano al loro orticello ma alla crescita complessiva di un movimento. Spazzando inesorabilmente via tutti gli altri e tutti i piccoli e grandi feudi di un sistema che riesce ad essere ancor più vecchio del già vecchio sistema Italia nel suo complesso.

Solo in questo caso – forse – fra qualche anno, non vedremo più entrare in campo dei giocatori per cui pare sia più importante il tipo di gel da usare per l’acconciatura, piuttosto che una qualificazione ai mondiali.

Andrea Checconi Sbaraglini 

nella foto tratta dal sito Fox Sports.it tutta la disperazione del simbolo della Nazionale, il portiere Gigi Buffon. 

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